Lo psichiatra pazzo dalla folta chioma, Radovan Karadzic, dopo 13 anni finisce dietro le sbarre. Responsabile del genocidio di Srebrenica, del 1995, in cui furono brutalmente trucidati 8.000 civili bosniaci musulmani, nonchè dei massacri di Sarajevo, durati 43 mesi. Fu accusato di crimini contro l'umanità dal Tribunale internazionale dell'Aja.
E alla storia si consegna un pezzetto di giustizia.
Bregovic canterà ancora più forte al concerto di domani, all'anfiteatro romano di Ostia Antica. http://it.youtube.com/watch?v=FlkZpTvDzVA

C'è poco tempo in queste ultime frenetiche settimane per fermare sulla pagina riflessioni e pensieri. Tra un'intervista e l'altra, pezzi di Toronto che mancavo di visitare, una graditissima "turista" a cui ho mostrato la città per ben 10 meravigliosi giorni...troppo per fermarmi a pensare.
Mesi intensi e ricchissimi dopo i quali torno a casa per un pò, almeno per quel che resta dell'estate italiana. Poi, dinuovo l'autunno e altri possibili viaggi...
"Il viaggio deve allinearsi con le più severe forme di ricerca. Certo ci sono altri modi per fare la conoscenza del mondo. Ma il viaggiatore è uno schiavo dei propri sensi; la sua presa su un fatto può essere completa solamente quando è rafforzata dalla prova sensoriale; egli può conoscere davvero il mondo soltanto quando lo vede, lo sente e lo annusa"
Lord Byron




E’ così che la ricorderò la città ombelico del mondo. Che mi ha accolta alle 8 del mattino di un caldissimo venerdì di inizio giugno.
Le strade della Big Apple grondano di gente come sudore dalla fronte di un corridore al suo ultimo giro. Da subito, da sempre, il giorno non comincia perché la notte non finisce. Mai. Come una palla che rotola senza sosta, New York non si ferma, racchiude e riflette ombre e luci dell’umanità intera.
Hanno tratti marcati, o nasi all’insù. Pelle scura e stazza da giocatori di basket o occhi a mandorla e negozi di spezie. Puoi trovare turisti, moltissimi, con tipica espressione di estraneità e sorpresa, viaggiatori, più o meno di passaggio e chi l’ha scelta come città in cui vivere. C’è tutto questo e molto di più.
Arrivata lì quasi per gioco, grazie ad un biglietto in promozione di soli 6 dollari (dico, 6!), dopo undici ore di bus, tra i canti gospel di floride donne di colore e l’odore acre della notte, è bastato poco perché New York mi stregasse. Camminare per le vie di Manhattan fa un certo effetto, quasi senza un perché…la gente ti cammina accanto, dietro, ti viene incontro, il suo passare sposta i capelli e urta il tuo procedere. E’ capitato che mi sia fermata, ad un certo punto, interrogandomi sulle direzioni di tutta quella gente per poi riprendere la mia strada uguale alla loro e senza una meta stabilita. Perché New York si lascia attraversare senza che tu te ne accorga, dalla 5th avenue a Central park, da Times Square a Soho a Little Italy. Il tasso di umidità elevatissimo e la percezione di un caldo insopportabile hanno messo a dura prova la mia resistenza ma la città non lascia scampo e tu la segui fino a quando puoi…
La verità è che non bastano anni per vivere la sua vastità e goderne, e cinque giorni sono stati una parentesi quasi surreale, un incantesimo svanito troppo presto. Ma son bastati per scoprirne la magia, la ricchezza e la diversità da strada a strada, da quartiere a quartiere, per assaporare quel senso di libertà che ti lascia sulla faccia. Ci sei tu e il mondo gira attorno a te.
Il tempo, come detto, è stato tiranno, il clima difficile da sopportare e qualche scelta ho dovuto necessariamente farla: niente Statua della libertà per esempio. Al quale ho preferito uno dei musei più belli, vivi e interessanti che abbia mai visto in vita mia, il Moma (Museun of modern art). Dalla pop art di Andy Warhol a “La notte stellata” di Van Gogh, che cura per gli occhi!
E poi il ponte di Brooklyn al tramonto a Sex and the city, il film must della stagione newyorkese e non solo che ha ripercorso sul grande schermo le tappe delle vicende sentimentali e sessuali delle quattro amiche tutte fashon e fidanzati. Non avendo mai visto la serie statunitense in tv non ho resistito all’idea di vedere il film proprio nella città protagonista delle loro storie. Niente di che, sia chiaro, ma è stato divertente anche quello. Come vivere nell’incasinatissimo ostello del cinese in coma!
E poi lei, Tiffany. Quattro piani di costosissimi gioielli in esposizione, inaccessibili alle tasche di noi mortali, ma luogo di culto per ricche donne in carriera, oltre che indimenticabile posto in cui la bellissima Haudry Hepburn amava fermarsi per riconciliarsi con il mondo in uno dei miei film preferiti in assoluto, “Colazione da Tiffany”.
Due scatti a Ground Zero, al cantiere di Ground Zero, al vuoto di un posto che pare quasi passare inosservato, pena, poi, senza qualunquistiche osservazioni, esser certi di non dimenticarlo mai.
Lo so, che la vita reale è sicuramente fuori dalle mura di Manhattan, insieme agli stenti, alla povertà delle periferie, ai negozi senza griffe che l’isola non lascia intravedere, che io ho solo sognato per pochi giorni e che c'è l'altra metà mela da assaporare, ma è stato così bello sognare che chiuderei volentieri gli occhi per un altro pò.
“Tonight we mark the end of one historic journey with the beginning of another, a journey the will bring a new and better day to America”.
“Yes we can”, diceva. E c’è l’ha fatta. Il momento è storico davvero, il Senatore dell’Illinois si è assicurato la nomination democratica per le presidenziali Usa del prossimo novembre. Sarà il primo afro-americano a correre per
Ma chi è quest’uomo capace di parlare al cuore e alla pancia dell’America come non si vedeva da tempo? Questo giovane avvocato dell’Illinois, astro nascente della politica Usa, di madre bianca e padre kenyano che ha dedicato la sua vittoria alla nonna, senza la quale, ha detto, non sarebbe quello che è oggi, non sarebbe il possibile presidente degli Stati Uniti? E colui che dice di voler restituire “il sogno” agli americani, che ha raccolto e fatto proprio il desiderio, che è necessità, del popolo americano di girar pagina, di voltare le spalle alla politica fallimentare di Bush. Di fare i conti con un dollaro in picchiata e un indebitamento pubblico e delle famiglie spaventoso, con nodi di politica internazionale da sciogliere e ferite, come quella irachena, ancora troppo aperte. C’è chi gli rimprovera la poca esperienza politica, chi considera questa “mancanza” la sua arma vincente. Vero è che, nonostante le ambiguità e alcune debolezze del suo programma, Obama ha riacceso la speranza di molti, soprattutto giovani, nel credere ancora in quel Sogno.
La vittoria non è così scontata, il candidato repubblicano, John McCain è gallina vecchia, conosce meglio d’altri i meccanismi e la vulnerabilità del sistema politico americano. Lo scontro è già cominciato e cinque mesi saranno un tempo lunghissimo nel quale tutto potrà accadere. Staremo a guardare, consapevoli che da quel voto dipenderà molto del nostro futuro.
Ero ancora in Italia quando, al ballottaggio per le amministrative di Roma, gli elettori hanno deciso di affidare il governo della Capitale alla destra di Gianni Alemanno. Ed ho commentato insieme ad altri italiani il fatto che per la sua vittoria fosse stata determinante la scelta di centrare la campagna elettorale sull’”emergenza” sicurezza (oggi la si chiama così, come se prima il sentirsi sicuri a casa propria non fosse una priorità, un’esigenza, un diritto. Mah!)
Prima di allora e ancora, a farla da leone, in un clima di isterismo collettivo, i mezzi di comunicazione che, a volte mistificando la realtà, altre esasperandola, hanno contribuito ad amplificare il senso di paura e di intolleranza che genera il diverso da noi. Sia chiaro, quello della sicurezza, meglio, dell’insicurezza è un problema serio e va affrontato, E’ giusto che gli italiani possano camminare per strada senza l’angoscia di quello che potrebbe accadergli, vivere in casa senza doversi necessariamente barricare dentro 4 mura perché qualcuno non ti piombi dentro minacciando la tua vita in cambio, a volte, di pochi spiccioli. La libertà è un nostro diritto e va difeso. Questo è un fatto. Altro è far coincidere il bisogno di sicurezza con la necessità di mettere un freno all’immigrazione nel nostro Paese, senza se e senza ma. Sono del parere che essa vada controllata, certo, che occorra una politica puntuale, capace di stare al passo con la globalizzazione chiedendo ai nuovi arrivati, comunitari o extracomunitari, garanzie, obblighi e restituendo, quando meritati, tutela e sostegno all’integrazione. Che la certezza della pena non sia solo un tema di propaganda elettorale, che ci sia e valga per tutti.
Si può fare. Lo vedo con i miei occhi nella città che ha fatto dell’immigrazione il fondamento della sua crescita. Il Canada ti apre le porte di casa sua ma prima di farti sedere ti chiede una base stabile di reddito, credenziali, buona condotta. Altrimenti ti sbatte fuori senza troppi dispiaceri. Ci sono rifugiati che non possono tornare nelle proprie terre se non dopo lunghe trafile per ottenere i documenti, immigrati in attesa di una cittadinanza o di una residenza permanente, ma tutti vivono la propria vita con dignità, sono parte integrante della realtà cittadina, lavorano, hanno case, anche grandissime, figli. Il Governo canadese chiede agli immigrati una sorta di salvadanaio di cui solo lui possiede le chiavi, un fondo, anche 10mila dollari, da non toccare. Poi ti tratta come fossi uno di famiglia. Ti insegna la sua lingua, incoraggia la tua crescita educativa e professionale e convince persino, con incentivi, le imprese a investire sugli “skilled immigrant”. Passano anche in tv pubblicità “progresso” - le chiameremmo noi - sui benefici di un’assunzione lavorativa per immigrati qualificati. E che spesse volte è lo stesso Canada a formare.
Ogni anno si accettano qui dai 200.000 ai 250.000 immigrati e più del 17% della popolazione dichiara di non essere di madrelingua inglese o francese. E’ una tradizione di immigrazione, quella canadese, lunga e complessa che non può essere paragonata a quella italiana, dalla storia più recente ma in repentino sviluppo. Ma gioverebbe all’Italia, ogni tanto, volgere uno sguardo ai paesi con politiche migratorie che funzionano, chiedersi cosa si può fare per assomigliargli un po’ prima di abituarsi a logiche xenofobe che non fanno certo bene all’immagine del Bel Paese all’estero, che non fanno bene a noi, che pure abbiamo il diritto di sentirci al sicuro a casa nostra. Stando attenti, però, a non gridare al lupo solo quando il lupo è di un altro colore. Gli italiani non sono un popolo di razzisti, la politica e i media possono aiutare a non farli diventare tali.
Giuro, avevo scritto un post lunghissimo sul mio primo mese in questa città. Ho scritto, scritto...senza mai salvare...morale? Ho perso tutto. E non ho alcuna voglia di riscrivere dinuovo tutto da capo. Uffa!! Peccato...
Un museo che non ha messo la sua storia in naftalina. Il Black Creek Pioneer Village, a Toronto, lascia scorrere la vita dell'Ontario nel 19esimo secolo, intatta. Un tuffo nel passato, tra donne e uomini in costumi d'epoca che circolano tra le stradine del villaggio, fabbri, ricamatrici di stoffe. Grandi telai e lane colorate, il suono di vecchie musiche. Case contadine, case di pionieri e massaie. L'atmosfera ti obbliga a lasciare fuori i pensieri della modernità e del tempo veloce, la lavagna della scuola dice che siamo al 23 maggio 1876, e per qualche ora ci si crede davvero. 



Se dovessi usare l’olfatto per descrivere il posto nel quale vivo da qualche settimana, non potrebbe che “salirmi al naso” il profumo intenso e dolce di cannella. The “cinnamon” nei dolci e nelle forme più strane venduta in un piccolo negozietto sotto la metropolitana di Sheppard.
Toronto è un meltingpot. Assoluto. Di facce, lingue, colori e odori di ogni parte del mondo che convivono in una città capace di accoglierli, valorizzarli e farli sentire come a casa. Un processo non indolore, chiaramente, ma possibile molto più che altrove. Realizzabile grazie ad un governo che ha trasformato gli immigrati in una risorsa, adoperando razionalità e legalità. Ma delle opportunità e della politica governativa in materia di sicurezza, ordine e immigrazione parlerò in un apposito spazio. Per ora lascio qualche immagine che dia almeno un’idea di quale agglomerato urbano sia la città più popolosa dell’intero Canada.
Nella lingua degli indiani Uroni, primi ad abitare questa terra, “torontan”significa “luogo di incontro”, e Toronto con i suoi ormai 2 milioni e mezzo di abitanti continua ad essere, in effetti, una città simbolo di integrazione. E’ tante città in una, è la metropoli che lavora incessantemente attorno ai giganti grattacieli di vetro, sedi governative e finanziarie in classico american style; è Little Italy, popolato e coloratissimo quartiere nel cuore della città, vitale da mattino a notte fonda; è Chinatown, e ancora il quartiere portoghese, quello greco. Ma nessun muro, nessuna barriera tra di loro. Tutto si fonde in una comune appartenenza al luogo. Più a nord villette a schiere con giardino che percorre l’intero perimetro, centinaia e centinaia di parchi e verde con annessi scoiattoli che attraversano la strada come semplici pedoni.
Io vivo proprio in una di queste casette nel verde, circondata di tulipani e lillà tra foglie
d’acero e alberi di melo. Ma basta poco per ritrovarmi in giganteschi stradoni e qui, ogni giorno, quando cammino per chilometri, fino a stancarmi, i miei occhi sono catturati dal senso di grandezza e imponenza dell’architettura (ben poco artistica!), delle insegne, delle auto, dei negozi in cui si fatica a trovare una confezione di latte che sia più piccola di quella da
Sud
fuga dell'anima tornare a sud
di me
come si torna sempre all'amor
vivere accesi dall'afa di Luglio
appesi al mio viaggiar
camminando non c'è strada per andare
che non sia di camminar
Il sole, il calore sulla faccia, le belle giornate…l’amore
Ciò che a me manca tantissimo.




